Dall’immagine positiva degli Stati Uniti al Trumpismo: analisi e scenari su come potrebbe mutare il gradimento internazionale delle produzioni americane nell’Entertainment.
Parto subito da un assunto, che è poi il
perno attorno al quale ruotano tutte le mie successive considerazioni: gli
Stati Uniti d’America stanno inesorabilmente scivolando dal piedistallo in cui l’Occidente post Seconda Guerra Mondiale li aveva posti, ovvero quello di
faro e di guida ideologica del mondo libero, trasformandosi in un gigante isterico e aggressivo che fa paura a tutti.
Sia chiaro che
non sto facendo e non voglio fare un’analisi politica. Sono però convinto che questa è la percezione che, oggi,
TUTTI noi abbiamo. Indipendentemente dalle nostre convinzioni politiche e dalla nazione dell’occidente democratico in cui abitiamo. Possiamo ammetterlo o meno, a seconda dei governi e dei partiti che sosteniamo, ma la sostanza non cambia.
Per lungo tempo gli Stati Uniti hanno incarnato, quantomeno simbolicamente, gli ideali di libertà, di progresso e, perfino, di leadership morale. Ci piaccia oppure no, non è il punto. E questa narrazione, quest'immaginario, lega a doppio filo Hollywood e la politica (soprattutto estera) americana: da una parte ha favorito la straordinaria diffusione globale - quasi monopolizzante - delle sue produzioni cinematografiche e televisive; diffusione che, dall'altro lato, ha generato un immenso capitale reputazionale. Un Soft Power* che puntellava le politiche interventiste (economiche, di intelligence o spudoratamente militari) che gli USA hanno SEMPRE condotto dal 1945 in avanti.
Hollywood è stata, oserei dire da sempre, il più potente braccio armato del Soft Power americano (attraversando, tra l’altro, anche fasi molto oppressive, vedi il Maccartismo). Un modus operandi che era la norma fino ad almeno la fine degli anni 60, con l’arrivo di un cinema più critico se non di aperta denuncia, che ha trovato nella guerra del Vietnam un catalizzatore importante e fondamentale.