Per lungo tempo gli Stati Uniti hanno incarnato, quantomeno simbolicamente, gli ideali di libertà, di progresso e, perfino, di leadership morale. Ci piaccia oppure no, non è il punto. E questa narrazione, quest'immaginario, lega a doppio filo Hollywood e la politica (soprattutto estera) americana: da una parte ha favorito la straordinaria diffusione globale - quasi monopolizzante - delle sue produzioni cinematografiche e televisive; diffusione che, dall'altro lato, ha generato un immenso capitale reputazionale. Un Soft Power* che puntellava le politiche interventiste (economiche, di intelligence o spudoratamente militari) che gli USA hanno SEMPRE condotto dal 1945 in avanti.
Hollywood è stata, oserei dire da sempre, il più potente braccio armato del Soft Power americano (attraversando, tra l’altro, anche fasi molto oppressive, vedi il Maccartismo). Un modus operandi che era la norma fino ad almeno la fine degli anni 60, con l’arrivo di un cinema più critico se non di aperta denuncia, che ha trovato nella guerra del Vietnam un catalizzatore importante e fondamentale.


