Per lungo tempo gli Stati Uniti hanno incarnato, quantomeno simbolicamente, gli ideali di libertà, di progresso e, perfino, di leadership morale. Ci piaccia oppure no, non è il punto. E questa narrazione, quest'immaginario, lega a doppio filo Hollywood e la politica (soprattutto estera) americana: da una parte ha favorito la straordinaria diffusione globale - quasi monopolizzante - delle sue produzioni cinematografiche e televisive; diffusione che, dall'altro lato, ha generato un immenso capitale reputazionale. Un Soft Power* che puntellava le politiche interventiste (economiche, di intelligence o spudoratamente militari) che gli USA hanno SEMPRE condotto dal 1945 in avanti.
Hollywood è stata, oserei dire da sempre, il più potente braccio armato del Soft Power americano (attraversando, tra l’altro, anche fasi molto oppressive, vedi il Maccartismo). Un modus operandi che era la norma fino ad almeno la fine degli anni 60, con l’arrivo di un cinema più critico se non di aperta denuncia, che ha trovato nella guerra del Vietnam un catalizzatore importante e fondamentale.
Ad ogni modo, oggi le cose stanno cambiando molto, molto rapidamente. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca stiamo assistendo a un profondo mutamento delle politiche estere e interne degli States: maggior interventismo alla luce del sole; tensioni sociali interne fortissime sui temi dei diritti civili e della libertà d’espressione; accesa polarizzazione politica; uso del potere spregiudicato, muscolare e diretto, sia in casa che fuori.
Una metamorfosi che sta contribuendo a ridefinire prepotentemente l’immagine degli USA, visti sempre di più come potenza quantomeno incoerente rispetto ai valori che proclama.
In questo contesto e alla luce di tutto ciò, fermo restando che i film e le serie TV americane continuano a essere ampiamente consumati in tutto il mondo, il modo in cui vengono guardati e percepiti potrebbe cambiare?
Voglio dire: lo spettatore occidentale è in grado di distinguere tra intrattenimento evasivo e critica politica in senso lato?
Ovviamente non è facile, oggi, fare già una valutazione del genere. Possiamo però iniziare ad azzardare delle ipotesi.
A mio parere, il nodo critico emerge soprattutto quando le produzioni statunitensi sposano in modo esplicito una rappresentazione positiva delle istituzioni americane, o ripropongono schemi narrativi in cui l’America si pone come centro morale e risolutore dei conflitti globali.
Perché se, come ho detto, serie e film americani continuano certamente a essere apprezzati per la loro efficacia narrativa, per le risorse produttive messe in campo, per la forza comunicativa degli attori e dei franchise e così via, potrebbero però risentire di una fruizione più disincantata, meno idealizzata.
Cerco di spiegarmi meglio: se l’America non è più automaticamente credibile come guida morale, il pubblico potrebbe sempre più tendere a separare la qualità intrinseca dello spettacolo dal valore simbolico del messaggio. Questo non significa necessariamente rifiuto, ma una sorta di ridefinizione del rapporto tra il prodotto e il suo fruitore. Perché se le storie raccontate non sono più accompagnate da quell’aura di autorevolezza morale, il loro messaggio potrebbe essere parecchio sminuito, soprattutto quando tocca temi come la libertà, la giustizia, l’ordine internazionale o il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Narrazioni che in passato apparivano rassicuranti o comunque date per scontate, potrebbero essere lette come autocelebrative, ideologicamente orientate, propagandistiche.
C’è anche da dire che, parallelamente, l’industria americana dell’intrattenimento ha mostrato, soprattutto dagli anni 70 in avanti, una notevole capacità di autoriflessione. Molte delle opere più apprezzate made in USA mettono in scena le contraddizioni, le disfunzioni e le ambiguità dell’American Way Of Life, offrendo ritratti complessi e critici (talvolta ironici, talvolta drammatici) della società e del potere. In questi casi, la crisi dell’American Dream è diventata materia narrativa e, paradossalmente, fonte di credibilità artistica: al cinema (meno in TV), in letteratura (comics compresi), nella musica.
Conseguentemente, l’industria americana dell’intrattenimento potrebbe trarre vantaggio dal saper raccontare il proprio declino ideologico/identitario, riuscendo a conservare la propria egemonia anche in un contesto (e in un mondo) più critico.
Dunque, ricapitolando: alla luce di quanto abbiamo visto, il cambiamento di percezione dell’America avrà un impatto negativo sul gradimento globale delle sue produzioni culturali e d’intrattenimento, o queste sapranno adattarsi alla crisi del mito?
È mia opinione che, negli scenari futuri, conterà sempre di più il tipo di legittimità simbolica che film e TV (e libri e fumetti) riusciranno a mantenere o a (ri)costruire: se l’immagine degli Stati Uniti continuerà a essere percepita come quella di una potenza contraddittoria, autoritaria e incoerente rispetto ai valori che proclama, i suoi prodotti destinati all’intrattenimento popolare sono destinati a perdere terreno. Cioè: se le produzioni americane non saranno capaci di adeguarsi al nuovo status quo, se faticheranno a rinnovare il proprio immaginario, il pubblico potrebbe maturare, col tempo, un sempre più netto distacco critico.
Va da sè che una vera e propria rottura non è, al momento, ipotizzabile. Ma le produzioni americane ad alto budget, che richiedono incassi miliardari mondiali, potrebbero soffrirne prima di quanto si pensi. Il che potrebbe delineare, ad esempio, una nuova tendenza (sostenuta anche dalla crisi delle sale cinematografiche attualmente in atto): favorire produzioni a più basso budget, con la progressiva rarefazione dei blockbuster da centinaia di milioni di dollari.
Allo stesso tempo, proprio questa perdita di autorità morale potrebbe aprire o, meglio, rafforzare uno spazio che oggi è residuale o quasi (se non nel cinema più indipendente): un’America che non riesce più a presentarsi come modello universale può diventare un oggetto narrativo più umano e meno mitizzato. Con opere che accettano la fragilità istituzionale, la crisi del sogno americano e il senso di smarrimento collettivo (americano e di tutto l’occidente).
Come già è accaduto negli anni 70 e 80, nell’era Vietnam e post Vietnam, con pellicole come Soldato Blu, Full Metal Jacket o Platoon. O, nel caso dei comics, a me cari, con la Run di Capitan America di Steve Englehart o la serie Lanterna Verde/Freccia Verde di Dennis O'Neil e Neal Adams. Entrambe pubblicate dalle due major Marvel e DC agli inizi degli anni 70.
A causa di tutto ciò, il futuro del gradimento globale delle produzioni statunitensi mi sembra che dipenda non tanto dalla possibilità di recuperare un’immagine positiva dell’America (che, al di là di come si evolverà la situazione politica negli Stati Uniti, sarà comunque difficile da risanare), ma dalla capacità di convivere con un’inedita immagine più crepuscolare e problematica.
È mia opinione che se il pubblico percepirà una maggiore umiltà e onestà intellettuale, una maggiore consapevolezza delle contraddizioni che li affliggono, allora cinema e serie e letteratura potranno continuare a occupare uno spazio importante (dominante) nel mondo. Se, al contrario, prevarrà la tentazione di difendere a oltranza un mito decadente o di eludere il conflitto in essere, il rischio sarà quello di un progressivo scollamento tra prodotto e contesto globale, in cui l’America continuerà a parlare a sé stessa e non sarà più in grado di comunicare (di trasmettere un messaggio) a chi risiede al di fuori dei suoi blindati confini.
Ovviamente, c’è anche da fare i conti con la capacità di discernimento critico dello spettatore (o lettore) medio, che è a sua volta collegata a doppio filo con il suo background culturale. Insomma, una parte importante la giocano le difese che siamo in grado di ergere rispetto a quell’information overloading pieno zeppo di opinioni polarizzate, fake news condite da immagini e video AI Generated e quant’altro. Ma su questo punto (che è certamente importante, me ne rendo conto) non posso andare oltre, perché non ho le competenze per affrontarlo con vera cognizione di causa.
Inoltre, stiamo facendo i conti senza l’oste: tutte queste valutazioni dovranno vedersela con l’evoluzione delle politiche americane, con scenari oggi assolutamente imprevedibili quanto incredibilmente preoccupanti. Per dire: una nuova era oscura di stampo maccartista, che fino a ieri era impensabile, oggi non è più un’ipotesi campata in aria.
Infine, molto dipenderà dai calcoli che le grandi multinazionali dell’intrattenimento stanno già facendo: conviene di più (e per conviene s’intende, banalmente, guadagneremo di più…), rispetto ai mercati in cui siamo presenti, propendendo per una o per l’altra strada?
Pertanto, assisteremo a un allineamento opportunistico di Studios, editori & C. - anche al fine di evitare ritorsioni (normative, fiscali…l’abbiamo già visto) - o questi hanno le spalle talmente larghe da contrastare l’establishment al governo?
Staremo a vedere. Io, al momento, mi fermo qui.
Voi cosa ne pensate? Siete d’accordo o meno con questa mia analisi?
*Il Soft Power è la capacità di una Nazione di influenzare politica e società non attraverso la forza militare, ma attraverso un controllo di natura propagandistica (non di stampo necessariamente censorio) della cultura, suggerendo implicitamente, più che imponendo esplicitamente, valori e stili di vita che giustificano la propria azione politica.

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