02/04/2026

Enshittification e Resistenza Tecnologica – Intervista a Cory Doctorow

Cory Doctorow
Nel mio penultimo video ho parlato, tra le altre cose, di quell’odioso fenomeno chiamato Enshittification. Ho anche fatto un breve cenno a colui che ha coniato il termine, ovvero Cory Doctorow. Doctorow è un giornalista e scrittore canadese, nonché attivista per i diritti digitali. La sua produzione narrativa e saggistica è incentrata sui temi della deriva tecnologica, della sicurezza informatica, della privacy e delle implicazioni sociali del digitale e, oltreoceano, è noto per il suo impegno a favore delle licenze Creative Commons. Nel 2025 è stato intervistato da Matt Gallagher per il Substack di quest’ultimo Blyne Times (qui l’intervista completa). 
L’intervista è interessantissima, perché tocca argomenti che ci coinvolgono da vicino. Ve ne riporto una breve sintesi - in italiano - e aggiungo alcuni riferimenti a quello che è il dibattito italiano su questi temi. Spoiler: un dibattito molto povero. 
L’intervista a Doctorow ruota attorno a un’idea centrale, ovvero che i Social Media (e anche le piattaforme TV, ma oggi ci concentreremo sui Social Media in generale), una volta diventati quasi inevitabili, trasformano la connessione che hanno creato tra le persone in dipendenza e, poi, in vero e proprio sfruttamento.
Doctorow non sostiene la tesi per cui i rapporti sociali condotti attraverso Internet e le grandi piattaforme di Social Network siano per loro stessa natura tossici, o antitetici rispetto ai legami autentici, fisici. Al contrario, ricorda come per moltissime persone i Social sono luoghi reali di amicizia, di sostegno, di militanza, di riconoscimento reciproco. Il punto focale, secondo lui, è che queste interconnessioni sociali funzionano grazie ai cosiddetti Effetti di Rete: più persone ci sono, più il servizio diventa prezioso e, proprio per questo, diventa poi difficile abbandonarlo. A questo punto, le Corporation che gestiscono questi servizi approfittano della loro posizione dominante per alzare i cosiddetti costi di uscita. Ovvero, rendono sempre più scomodo andarsene, perché lì dentro gli utenti hanno i contatti, le foto, il proprio pubblico, insomma il proprio capitale sociale. E così, dopo che la trappola perfetta è stata messa a punto, le Corporation possono peggiorare il servizio, riempire i feed di pubblicità e di contenuti spinti artificialmente, investire meno in moderazione (e gestirla a convenienza, NdR), tollerare Spam, perfino molestie e contenuti d’odio. Causando, insomma, un grave degrado dell’esperienza. È proprio questo il processo che Doctorow chiama Enshittification: il progressivo svilimento delle piattaforme, una volta che gli utenti non hanno più vere alternative. 

Da cio deriva anche la sua critica ai grandi Boss della Silicon Valley. I Musk e gli Zuckerberg non vengono descritti come geniali diavoletti, ma come individui ideologicamente tossici, narcisisti e irresponsabili, che però - e questo è forse il punto più importante - sono potuti diventare quello che sono, hanno potuto fare quello che hanno fatto, solo perché l’ambiente politico e regolatorio (americano e internazionale) glielo ha consentito. Doctorow insiste molto su questo punto: non basta denunciare la cattiveria o l’arroganza personale dei miliardari hi-tech, ma bisogna capire perché, a un certo punto, hanno smesso di avere freni. 

Tra questi freni, Doctorow ricorda: 
  1. La concorrenza;
  2. La minaccia di sanzioni regolatorie; 
  3. La possibilità tecnica di aggirare i recinti proprietari tramite interoperabilità e reverse engineering
Quando questi argini sono saltati, le piattaforme hanno capito di poter spremere utenti e partner commerciali quasi senza conseguenze. Dunque, per l’intervistato non siamo davanti a un destino tecnologico inevitabile, ma a uno status quo che è conseguenza diretta delle decisioni prese da Governi e Authorities che hanno tollerato - per incapacità o in malafede - concentrazioni monopolistiche, fusioni anti-competitive e irrigidimento delle regole sulla proprietà intellettuale e sull’accesso alle infrastrutture. 

Pertanto, la degenerazione dei Social Network non è un incidente predestinato: Internet non rende tutti peggiori a prescindere. Ma siamo di fronte all’unico risultato che avremmo potuto ottenere, quando incentivi economici e normativi premiano gli atteggiamenti predatori delle Corporation, a discapito degli utenti. 
Doctorow collega il degrado digitale al più generale indebolimento dei beni comuni e della vita collettiva: meno tempo libero, meno spazi pubblici, più precarietà, più privatizzazione, più dipendenza da sistemi chiusi. 

Per questo la risposta non può essere soltanto individuale. Egli propone di ripensare le infrastrutture: reti, servizi e standard dovrebbero essere progettati in modo da favorire l’accesso aperto, l’interoperabilità e la presenza di una pluralità di attori, invece di consolidare quei pochi che si accaparrano risorse e spazi. 

Doctorow conclude la sua intervista con una constatazione che è anche un invito all’azione: bisogna, insomma, rifiutare il fatalismo secondo cui “non esiste alternativa”. Il futuro tecnologico non è una forza naturale che ci piove addosso, ma un terreno di progettazione e confronto. Anche l’IA va letta con questa lente critica: Doctorow chiede a tutti noi di non dare per scontato né il racconto trionfale dei “venditori” di tecnologia né quello apocalittico dei critici più accaniti: il rischio vero non è tanto che l’IA sia onnipotente, quanto che dirigenti, investitori e Governi decidano di trattarla come tale, usando quella narrazione per licenziare, tagliare, automatizzare e aumentare il debito tecnologico della società. 

E in Italia? Per quel che riguarda il nostro Paese, non esiste attualmente un vero dibattito sull’Enshittification ampio e strutturato. Sì, Doctorow è stato intervistato qui da noi da Repubblica un paio di anni fa. Esiste l’AGCOM che ha compiti di controllo sulle piattaforme e sui servizi digitali, ma la sua eccessiva politicizzazione (nulla di nuovo sotto il sole) la rende poco efficiente e poco reattiva. Mentre il dibattito nazionale sulle Intelligenze Artificiali rischia di trasformarsi in una sterile caccia alle streghe

È evidente come la necessità di norme più attuali e attente sulla tutela dei consumatori, sulla concorrenza nei mercati digitali e sulla regolazione normativa delle IA è assolutamente impellente e supera i confini nazionali, perché riguarda il contesto regolatorio europeo in cui l’Italia si muove. Purtroppo, l’esperienza insegna che l’elefantiaca burocrazia europea difficilmente sarà in grado di contrastare l’avanzata a suon di miliardi delle Multinazionali. Dunque, diventa indispensabile una resistenza dal basso che crei delle alternative valide, aperte e indipendenti, rispetto al superpotere marcio delle Corporation
Vogliamo, finalmente, fare nostra la lezione del Cyberpunk?

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