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Lo scorso 7 aprile, nella rubrica Tech Away de La Repubblica On-Line, Federico Ferrazza - curatore della rubrica - ha pubblicato un interessante articolo su come pare si stia evolvendo l'uso dei Social Network. L'articolo completo è disponibile qui. Purtroppo, si tratta di un contenuto per gli abbonati, dunque vi faccio una breve sintesi, inframezzata da alcune mie considerazioni, anche se vi invito comunque a leggere l'articolo originale, se avete modo.
Ferrazza parte da un dato, ovvero che meno della metà degli utenti iscritti ai Social Network (con ovvie differenze tra Social e Social) partecipa attivamente postando contenuti nuovi, commentando o condividendo. Una percentuale di utenti passivi che aumenta anno dopo anno, suffragata dall'Ofcom (Office of Communications, l'autorità regolatrice indipendente per le società di comunicazione del Regno Unito) e da altre ricerche analoghe.
In pratica, l'uso odierno dei Social Network si sta curiosamente avvicinando a quello dei media più tradizionali: lo zapping è stato sostituito dallo scrolling.
Dunque, il paradigma non è più la conversazione, l'interazione, ma la fruizione passiva. Le ragioni possono essere diverse e l'articolo pone l'accento su tre cause:
- Sovraesposizione: pubblicare significa esporsi al giudizio di tutti e, in un contesto in cui i Social Network campano di flames e polemiche - contenuti che gli algoritmi sembrano prediligere sempre di più - la paura di iniziare interminabili e sfiancanti discussioni ha il sopravvento;
- Professionalizzazione dei contenuti: i Social sono pieni di contenuti troppo curati, difficili da eguagliare - un punto su cui parzialmente dissento, in quanto mi sembra invece che i contenuti che vengono spinti dalla piattaforme siano di qualità sempre più scadente, non soltanto dal punto di vista contenutistico ma anche tecnico: i contenuti, per emergere, devono essere immediati, quindi spesso semplici e superficiali; devono provocare una reazione rapida, dunque comicità alla buona e ripetitiva, o contenuti retorici, polarizzanti, scandalistici o esagerati - la qualità tecnica è secondaria (lo dimostra l'invasione di AI Slop che subiamo quotidianamente nei nostri feed);
- Peso degli algoritmi (punto che si ricollega a doppio filo al primo e al secondo): gli algoritimi, sempre più sofisticati, scelgono di spingere ciò che massimizza l'attenzione dell'utente/spettatore e, dunque, privilegiano contenuti virali e spettacolari, che hanno - tra gli altri - l'effetto collaterale di scoraggiare l'interazione.
Inoltre, e questo è a parer mio molto preoccupante, ci si sposta anche verso ambienti teleguidati da chatbot e intelligenze artificiali. Cioè, una quota di comunicazione non avviene più tra persone ma tra persone e sistemi artificiali. L'articolo di Repubblica sottolinea come taluni studi abbiano evidenziato come circa un utente su otto (12%) tra coloro che usano piattaforme IA, come Gemini e ChatGPT, ha dichiarato di utilizzare i chatbot per scopi conversazionali - percentuale che sale a circa uno su cinque nella fascia 25-34 anni (19%).
Scopi conversazionali significa che i chatbot stanno diventando veri e propri interlocutori a cui chiedere consigli, fare domande personali e con i quali condividere la propria vita. Un nuovo modello di miglior amicə.
Dunque, stiamo passando dalla pubblica piazza dei Social Network al tête-à-tête sempre più intimo tra utente e IA.
Con tutti i rischi, aggiungo io, più o meno catastrofici che possono venirci in mente. Visto che le IA, come qualsiasi altra applicazione o piattaforma Social, è gestita da Corporation che le controllano al 100%, con modalità assolutamente non trasparenti. Con un livello di sofisticatezza crescente, che si evolve giorno dopo giorno e un potenziale manipolatorio pericolosamente elevatissimo.
Torniamo così' a The Machine Stops: un racconto in cui ogni individuo vive isolato in una stanza dove un'onnipotente macchina globale fornisce aria, cibo, comunicazione. Decide come e quando le persone possono interagire e media ogni esperienza. Capito cosa intendo?

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